Corriere della sera - Ven, 01/11/2002, pag. 033
Sezione: TERZA PAGINA, Redazione: CULTURA

ELZEVIRO «L' orda» di G. Antonio Stella
Quando ci chiamavano «brutta gente»
Un libro dedicato al nonno che «mangiò pane e disprezzo


di: Afeltra Gaetano

«Semper et ubique»: «sempre e in ogni luogo», potrebbe essere questo il motto di Gian Antonio Stella, grande firma del Corriere e scrittore di libri che riproducono con strabiliante esattezza la realtà italiana di questi anni. Stella non si limita a informare, ma racconta i fatti fissandoli all' impronta. La sua bravura fa rivivere il ricordo dei giornalisti di un tempo, dei Barzini, Civinini, Piovene, Bergeret, Ansaldo, di cui è degno successore. Con la sua vivacità narrativa, Stella mena fendenti a destra e a manca; anzi, per meglio dire, in su e in giù, visto che lui, veneto per nascita e per sentimento, è riuscito a farsi inimicizie equamente distribuite dal Nord al Sud d' Italia, dovunque i suoi strali acuminati, mai però inveleniti, affondano nelle piaghe della cattiva amministrazione, dello sperpero, del vuoto d' anima che si nasconde dietro opulente facciate di benessere. Gian Antonio Stella ha il senso della cronaca in maniera sanguigna. Piomba sull' evento, fiuta umori, stati d' animo, coglie tutto quello che è attualità, e in poche ore scrive, anzi compone, pezzi di sicuro interesse. Anni fa, quando il giornalismo non poteva avvantaggiarsi dei moderni mezzi di trasmissione, esistevano le «fisse», appuntamenti telefonici con cui il giornale andava avanti. Da Londra, Parigi arrivava l' intervista a Winston Churchill, a De Gaulle. Giorgio Sansa a Parigi, Domenico Bartoli a Londra, Silvio Negro a Roma, erano loro gli avamposti del giornale. Prima di dirigere il Corriere, anche Ugo Stille aveva le «fisse» dall' America, da dove dettava all' ora stabilita. Inizialmente trasmetteva con i segnali Morse, col rischio che tempeste atmosferiche disturbassero la trasmissione del pezzo. A questo proposito, mi viene in mente un curioso aneddoto. La trasmissione Morse poteva essere intercettata da Roma, per «rubare» il pezzo in anteprima. Spesso capitava che a noi a Milano l' articolo di Stille non arrivasse, o che i segnali fossero troppo disturbati. Allora Missiroli, a quei tempi a Roma come direttore del Messaggero, mi diceva: «Se vi manca lo Stille, non fare complimenti». Insomma, Missiroli del furto faceva dote di famiglia. Questa volta Stella non è alle prese con la cronaca, almeno non nel senso corrente del termine. Perché poi, cosa c' è di più attuale delle polemiche sugli immigrati che a migliaia arrivano nel nostro Paese, attratti dal miraggio di condizioni di vita migliori? E allora, Gian Antonio Stella si è messo sulle tracce del nostro passato di emigranti all' estero, quando - e parliamo di meno, molto meno di cent' anni fa - tutte le peggiori ingiurie, tutta la diffidenza oggi destinata agli extracomunitari toccavano a noi «macaroni», tanto per limitarsi a un termine fra i meno spregiativi fra quelli riservati ai nostri emigranti in Europa, Stati Uniti, America del Sud, Australia. Cosa succedeva, si è chiesto Stella, «quando gli albanesi eravamo noi», vale a dire quando eravamo noi italiani quelli che venivano discriminati perché appartenenti a un popolo considerato infido, sporco e incline alla delinquenza? La risposta la dà questo suo nuovo libro, L' orda (Rizzoli, pp. 280, euro 17) che prende il titolo dalla definizione più sprezzante che si possa riservare a genti che si avventurano in una patria che non è la loro: un' orda, come a dire una massa caotica di cavallette, o di barbari invasori. Frugando tra fonti inedite e cronache d' epoca, Stella ha tirato fuori una documentazione invidiabile, e notizie curiose. Leggo ad esempio di un amalfitano, tale Giovanni Torrio, che «non fumava e non beveva e non tirava tardi al night perché preferiva starsene a casa tranquillo a canticchiare le arie di Giuseppe Verdi», e che in compenso ideò la grande rete mafiosa che avvolse Chicago. A leggere certi giudizi riportati ai primi del secolo scorso dal New York Times, potrebbero sembrare esternazioni nostrane contro gli extracomunitari di oggi: «L' italiano è un grande criminale. L' Italia è prima in Europa con i suoi crimini violenti. Il criminale italiano è una persona tesa, eccitabile, è di temperamento agitato quando è sobrio e ubriaco furioso dopo un paio di bicchieri. Di regola, i criminali italiani non sono ladri o rapinatori: sono accoltellatori o assassini». «Bel paese, brutta gente», così dicevano di noi allora. Questo libro bisognerebbe leggerlo nelle scuole, come vaccino contro la xenofobia. Perché è di questo che si tratta, afferma l' autore, allorché si seminano pregiudizi razziali e si praticano atteggiamenti discriminatori nei confronti degli stranieri. Intendiamoci, dice Stella: non si chiede affatto di approvare l' apertura indiscriminata delle frontiere, o di non esigere il dovuto rispetto delle norme vigenti nel Paese ospite. Niente lassismo, insomma. Ma la xenofobia è un' altra cosa. E proprio noi italiani, che l' abbiamo sperimentata sulla nostra pelle, dovremmo avere la memoria meno corta. Gian Antonio Stella, ricordiamolo ancora una volta, viene dal Veneto, una delle nostre terre più toccate dall' emigrazione. Una regione in cui ancora oggi non c' è famiglia che non abbia avuto fra i suoi antenati, nonni, zii, dei lavoratori andati a cercare fortuna in Paesi lontani. Questo, Stella non lo dimentica mai, e lo ricorda fin dalla dedica del libro: «A mio nonno Toni "Cajo", che mangiò pane e disprezzo in Prussia e in Ungheria, e sarebbe schifato dagli smemorati che sputano oggi su quelli come lui».

 

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