Il giornale 26-10-2002
di Mario Cervi


Il nuovo libro di Gian Antonio Stella, L'orda (Rizzoli, pagg. 280 pagine, euro 17) mantiene molto di più di quanto prometta il suo sottotitolo Quando gli albanesi eravamo noi: perché il sottotitolo può far pensare a un pamphlet pietista il cui unico scopo sia dimostrare che le reazioni e le intolleranze determinate dall'afflusso massiccio di extracomunitari rappresentano un ottuso oltraggio non solo alla convivenza civile, ma anche al nostro stesso passato di emigranti «sporchi, brutti e cattivi». Intendiamoci: questo concetto, parziale e ragionevole insieme, è enunciato nell'introduzione e fa da sottofondo a tutti i capitoli. Ma il testo va molto al di là della tesi: e avrebbe retto benissimo anche senza la tesi.
Stella è, negli articoli e nei libri, un bravissimo scopritore di temi appassionanti, e un bravissimo raccontatore. Scova scandali, dissipazioni, prevaricazioni, ruberie nelle fogne della seconda repubblica. Prende di mira personaggi maggiori e minori d'un malcostume pubblico che da sempre ci accompagna e ci perseguita.
Pratica un moralismo concreto, ironico, implacabile. Questo L'orda, tuttavia, non è cronaca, è storia. Purtroppo furono tutte vere le situazioni e le abbiezioni che Stella descrive seguendo la navigazione dei bastimenti verso i porti di terre assai lontane; e narrando i tormenti dei poveri braccianti analfabeti costretti ad affrontare le insidie, le crudeltà, a volte i feroci linciaggi dei nuovi mondi. Stella ha ragione, il linguaggio usato nei Paesi «invasi» dalla plebe italiana per bollarne i comportamenti somiglia molto al linguaggio con cui nell'opulenta Italia d'oggi sono bollati i comportamenti di albanesi o nordafricani.
La rappresentazione dell'Italia come una penisola di straordinarie bellezze naturali e artistiche abitata da gente spregevole era diffusa, e ne rimangono tracce. Non apparteneva, questo atteggiamento, solo a rozzi razzisti, seppure ispirati da bigotteria protestante. Charles Dickens, che s'era chinato con genio di scrittore sulla sorte dei deboli e dei bambini nell'Inghilterra classista del suo tempo, dominata da una altezzosa minoranza, diventava a sua volta altezzoso se immerso nelle folle italiane. Una cittadina come Fondi assume agli occhi di Dickens le connotazioni della Calcutta ottocentesca: «I poveri son facce torve, scavate! Tutti mendicanti... Ti vengono addosso a branchi, facendo ressa e dandosi impedimento a vicenda». Non più amabile, pur in epoca assai successiva, fu Jean-Paul Sartre che, avventuratosi a Napoli nel 1936 annotava: «La carne delle napoletane aveva un aspetto di bollito sotto il sudiciume».
Insomma, sembra inevitabile che quest'umanità degradata provocasse, approdando in altri lidi, repulsione e apprensione. Anche perché insieme al lerciume questi nuovi venuti portavano la facilità all'accoltellamento, la rissosità, la mafia. Il che induceva a dimenticare l'operosità incredibile di cui potevano dar prova, in condizioni terribili, gli immigrati. Ve n'erano che riuscivano ad arricchirsi, e questo accresceva il risentimento.
Stella mette in luce la bestialità dei razzisti, le guerriglie tra poveri - irlandesi contro italiani - l'assoggettamento dei minori a uno sfruttamento bieco. Ma non tace la gravità del fenomeno delinquenziale tra gli emigranti italiani, né il fatto che i più avidi sfruttatori di italiani - e di bambini italiani - fossero altri italiani. Non sempre chi li disprezzava aveva torto. Non era solo per caso, o per cattiveria di polizie e giudici prevenuti, che nelle carceri americane e australiane il numero dei reclusi italiani era esorbitante.
Un quadro disperato. E un tuffo nel nostro passato - nemmeno troppo remoto - di nazione poverissima. Un libro che sarebbe bene fosse letto dai viziati ragazzotti d'oggi sulle cui pene - perché non trovano la marca di gel preferita o perché il loro telefonino è obsoleto - si chinano con trepida commozione falangi di sociologi buonisti e giovanilisti. ’ bene che queste cose siano riportate alla nostra memoria. Semmai ho da obbiettare non alla tesi di Stella ma alle deduzioni che se ne possono trarre: ossia che ci dobbiamo beccare con serenità gli extracomunitari spacciatori di droga e protettori di prostitute perché anche noi abbiamo esportato spacciatori, protettori, e in sintesi la mafia.
Come propagatori della mafia è giusto che ci vergogniamo. Ma questa consapevolezza d'una colpa ereditata non attenua molto la rabbia di chi, in certi quartieri delle grandi città nostre, di sera deve starsene sprangato in casa perché il marciapiede e la strada sono terreno incontrastato della malavita straniera. Sarà anche questa, come scrive Stella, «la grande paura di Attila, degli Unni con la carne macerata sotto la sella, dell'orda». Ma è una paura tutt'altro che insensata. Per fortuna nelle società «occidentali» esistono leggi, modelli di vita, anticorpi garantisti che impediscono il ripetersi degli abusi di cui gli emigranti italiani furono vittime.
Ma proprio perché abbiamo esportato la mafia preferiremmo adesso non importarne altre.

 

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