Repubblica 9-10-02
Articolo di Paolo Rumiz

 
'L' orda' di Gian Antonio Stella ci ricorda: eravamo come gli albanesi
noi, vecchi Emigranti


Un italiano fece saltare in aria Wall Street ottant' anni prima di Bin Laden: 33 morti e 200 feriti Cerchiamo di dimenticarlo ma siamo stati clandestini, ruffian malavitosi, sporchi e violenti ricordiamo solo quelli che ebbero successo In un secolo sono partiti in ventisette milioni
PAOLO RUMIZ

Non siamo mai stati clandestini? Balle. D' inverno passavamo le Alpi a centinaia, ogni notte; sul San Bernardo dovevano seppellirci in piedi, in tanti morivamo. Non sbarcavamo sulle spiagge altrui con le carrette della mafia? Falso, spudorato falso. A decine di migliaia arrivavamo sulle coste dal Maine, servizio completo, contratto di matrimonio incluso, con una prostituta negra. Non mendicavamo? Altra bugia. I bambini costretti a chiedere la carità a New York erano migliaia, e la Mala li marchiava all' orecchio perché non scappassero. Non eravamo terroristi? Uno di noi fece saltare in aria Wall Street ottant' anni prima di Osama Bin Laden, 33 morti e 200 feriti. Se davvero credete alla favola che ci vuole poveri ma belli, e sempre migliori degli immigrati di oggi, allora non leggete l' ultimo libro di Gian Antonio Stella, L' orda - Quando gli albanesi eravamo noi (Rizzoli, pagg. 288, euro 17). Se conservate in una teca le orazioni della Fallaci contro gli immigrati-invasori, lasciate perdere. Apprendereste cose insopportabili per gli italiani brava gente. Rischiereste di scoprire che per i cari amici americani i «saraceni» eravamo noi. Che mentre il Duce dettava il manifesto sulla nostra superiorità ariana, loro ci guardavano come parassiti, feccia, mediterranei olivastri, negri, gentaglia da linciare. Scimmie, topi di fogna, ecco come ci vedevano. Basta guardare le vignette raccolte nel libro. I giornali di Londra, New York e Chicago le pubblicavano impunemente, tanto l' Italia non protestava, si vergognava di noi, «se ne fotteva dei suoi figli di terza classe». Noi crepavamo come mosche sulle navi, portati via dalla febbre mentre in prima classe altri italiani cenavano a mousse au chocolat. Vendevamo per fame i nostri bambini, li mettevamo in mano a negrieri che li affamavano ancora per farli entrare in stretti, luridi camini. Mandavamo legioni di nostre donne a morire nei bordelli del Cairo, Tripoli e Algeri. Sedotte con promesse di lavori onesti e poi vendute agli arabi, che le volevano bionde e possibilmente bambine. Orda. Il pugno nello stomaco ti arriva già con quel titolo secco come una fucilata. Un pugno che ci voleva. Avevamo la nausea di porcherie, veleni, bestialità, cloroformio. Bugie soprattutto. Anche Stella non ne può più. Lo senti in ogni riga. Per la prima volta picchia con rabbia, offre uno specchio alla società italiana senza più il filtro dell' ironia usata negli altri libri, a partire da Schei, sul Veneto che sgobba. Demolisce il razzismo della brava gente, i suoi falsi miti, urla contro «il fetore insopportabile di xenofobia che monta, monta in una società che ha rimosso parte del suo passato». Disfattismo, dirà qualcuno. No, Stella regola solo un conto con se stesso, con la sua origine veneta, con i vuoti di memoria della sua gente, emigrata fino a ieri. Col nonno Toni «Cajo» buonanima, che «mangiò pane e disprezzo in Prussia e Ungheria e sarebbe schifato dagli smemorati che sputano oggi su quelli come lui». Vive prima la meraviglia di saperne così poco, poi lo sbigottimento di trovarsi di fronte a una bibliografia immensa, un' immensità che gli fornisce la misura - pazzesca - della rimozione. E allora scava, scava, ti rovescia addosso dati inconfutabili, ti lascia trarre da solo conclusioni senza scampo. Quelli che ci hanno dato lustro, altroché se li ricordiamo. I Cuomo, gli Jacocca, i La Guardia. In tanti si sono fatti onore, i loro successi nel mondo li leggi ovunque. Ma gli altri, chi li ricorda? Nessuno. «Quelli che non ce l' hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli». In 27 milioni sono partiti fra il 1876 e il 1976. 27 milioni di padri e fratelli perduti. Eppure non ne trovi traccia nei libri di scuola. Come possiamo capire cosa siamo diventati se non accettiamo di guardare cosa eravamo davvero, identici cioè agli immigrati di oggi? «Loro» ci rubano il pane? Noi siamo stati massacrati per questo. Nel 1893 ad Aigues Mortes, in Francia, dove sgobbavamo nelle saline, linciarono una ventina di noi sotto gli occhi della Gendarmerie, e l' Italia fece poco o nulla. «Loro» schiavizzano bambini? Noi ne abbiamo fatti crepare di tisi a centinaia nelle vetrerie francesi e nelle fornaci tedesche, comprati per poche lire alle famiglie in miseria. «Loro» fanno troppi figli? In Australia ne facevamo dieci, anche quindici. E non eravamo terroni. Venivamo dalle campagne del Veneto, Friuli o Trentino. Venivamo da un Paese in miseria, che lasciava il popolo a dormire nelle stalle. Per questo riuscivamo a vivere in condizioni inconcepibili agli altri europei. Tutto questo è duro da ricordare. E allora ecco la mistificazione, scolpita sul palazzo dell' Eur. Eravamo «trasmigratori», un neologismo coniato dal Duce per non far pensare alle pezze sul culo. Per non dire che la nostra era una storia di brava gente lavoratrice ma subalterna, gabbata da altri italiani, sfruttatori bastardi e figli della stessa cultura della sopraffazione. Eravamo ignoranti, anche. «Su due navi a caso arrivate negli Usa nel 1910», racconta Stella, «gli immigrati analfabeti sbarcati dall' italiana Madonna erano il 71 per cento, quelli russi scesi dalla Lithuania il 49 per cento: 22 punti in meno. Quanto ai lavoratori specializzati, i nostri erano sette su cento, i russi 40. E lasciamo stare il confronto con gli inglesi e tedeschi: l' inferiorità era per noi umiliante». Non era solo miseria, aggiunge Stella, era miseria culturale. Il marchio di un Paese che già un secolo fa - scrivono nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey in L' Italia di oggi - è stato prodigo in ogni cosa «tranne che nel più fruttifero degli investimenti nazionali», la pubblica istruzione. Esattamente come oggi. No, Stella intuisce che contro la xenofobia che monta non servono le petizioni morali. Devi colpire appunto allo stomaco. Smontare la bomba a tempo ed estrarne la spoletta. Disinnescare quella maledetta presunzione di diversità che ci mette contro l' Altro. Ma per riuscirci esiste una sola strada: rompere la rimozione. Agitare i documenti della memoria sul muso di pseudo-intellettuali che cavalcano il razzismo della gente per bene pompando il nuovo clima di autoassoluzione verso i vizi nazionali. Identità: oggi è la parola d' ordine. Le si dedicano convegni, le si intitolano assessorati. Ma identici a chi? Identici ai marocchini, ai rumeni, ai curdi. In Germania e in Svizzera vivevamo in venti per stanza come i cinesi nelle soffitte di Prato. In America importavamo criminalità organizzata come gli albanesi in Puglia. Sulle Alpi facevamo i passeur, lasciavamo cadere la nostra gente nei burroni dopo averle estorto anche la camicia. Senza pietà, come gli scafisti tunisini e turchi sulle coste del nostro Sud. Ma dove nasce il vuoto di memoria? Il veneto Stella lo sa benissimo. Nasce negli emigranti stessi, quando tornano a casa. Sono i primi a costruirsi una storia falsa. Non vogliono che i figli sappiano quanto fu dura.
E i figli non possono accettare di avere in un clandestino lo specchio del proprio padre. E' come i reduci di guerra, come i reduci della pulizia etnica. Memorie divise. Ecco perché le terre a emigrazione recente sono spesso quelle che covano maggior sospetto verso gli immigrati. Ma anche questo l' abbiamo provato sulla nostra pelle. Nessuno è crudele con i nuovi venuti come gli immigrati delle generazioni precedenti. Contro gli italiani, i pregiudizi più bestiali non li hanno espressi la Germania o la Svizzera, ma proprio le nuove frontiere dell' emigrazione mondiale, il Canada, l' Australia, gli Stati Uniti. Il peggior massacro di italiani innocenti in tempo di pace lo fece nel 1890 la brava gente di New Orleans, Usa. E' la storia più impressionante fra le tante raccolte. Ammazzano un poliziotto, gli italiani sono sospettati per primi. Il processo si fa per direttissima e tutti sono assolti. Ma la gente non si dà pace, il Ku Klux Klan manda sinistri ammonimenti. Gli italiani devono essere puniti. In quella Luisiana che produceva milioni di ettolitri di zucchero e melassa la nostra manodopera era una benedizione. Ma non piacevamo. Lavoravamo come negri, ma eravamo bianchi. Davamo ai negri veri un' idea eversiva: che anche il bianco dovesse sgobbare così. La gente assalta il carcere, la polizia della contea si eclissa. I nostri sono trascinati fuori, massacrati a bastonate, poi impiccati, poi crivellati di pallottole. A decine. Allucinante la reazione dei media. Il New York Times: il linciaggio «ha messo al sicuro la vita e la proprietà» della gente di New Orleans. Il Globe Democrat: gli abitanti si erano limitati a esercitare i loro diritti di «sovranità popolare e legittima difesa». Ecco cosa eravamo. La feccia del Pianeta. La china che abbiamo dovuto risalire era davvero infinita.

 

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